VICENZA – Sono tornati indietro di mezzo secolo per indagare origini e storia di quel vitigno semi scomparso ma nessuno aveva raccolto la sfida di riprendere a coltivarlo fino a che nel 2015 Antonio Zoppi insieme al figlio Davide, che muoveva i primi passi nell’azienda di cui stava prendendo le redini, ha seguito l’esortazione del professor Franco Mannini, che insieme ad altri aveva condotto quelle ricerche.
Dieci anni dopo, quel sogno è nel calice e il Ruzzese trova una straordinaria interpretazione in “Zero tolleranza per il silenzio”, come hanno deciso di chiamarlo. Quasi un manifesto politico, con un’etichetta d’impatto in cui il nome si svela strappandone il primo strato.
“È un atto di coraggio, una presa di posizione. È il rifiuto di restare in silenzio, di lasciarsi scivolare addosso la vita senza dire la propria”, ha spiegato Davide, facendolo assaggiare per la prima volta alla Biblioteca internazionale La Vigna di Vicenza, luogo simbolo della cultura enologica europea, proprio dove è conservato il manoscritto di Andrea Bacci che per primo, già nel 1596, parlava del Ruzzese.
Ricercatore dell’Istituto di protezione sostenibile delle piante del Cnr di Torino, Mannini insieme ad altri studiosi della genetica viticola come Anna Schneider, per anni ha portato avanti studi e ricerche finalizzate al recupero di alcuni vitigni quasi estinti perseguendo anche l’obiettivo di reintrodurli nella produzione. Un lavoro che si è concentrato soprattutto nell’Italia nord occidentale e che ha portato a molte reiscrizioni nel Registro nazionale delle varietà, essenziale per la coltivazione.
“A fine anni Novanta abbiamo lavorato anche in Liguria, un potpourri di varietà dove i vigneti di una volta non erano mai monovarietali ma sempre una mistura di vitigni che esistevano sul territorio”, ha ricordato Mannini. “Ebbene venivano fuori diverse varietà di interesse preliminare, e nell’ambito di un progetto di recupero di terrazze abbandonate, in collaborazione con il Parco delle Cinque Terre venne progettato un nuovo vigneto di cui una parte fu dedicata ai vitigni minori della Liguria. Vennero messe a dimora diverse varietà da poter valutare non solo per descriverle ed eventualmente iscriverle al Registro, ma anche per capirne le potenzialità enologiche. Da notare peraltro come erano numerosissime le omonimie e le sinonimie, con lo stesso vitigno chiamato in modi diversi o addirittura il contrario, ci fu quindi anche un lavoro di identificazione per dirimere questa confusione che crea non pochi problemi a livello pratico e di coltivazione”.
Vennero fuori cose interessanti, ha raccontato il professore, “parentele” inaspettate con vitigni anche d’oltralpe ma solo due vitigni, su tutti, dimostrarono di avere un profilo genetico assolutamente indipendente e autonomo: “Quello che venne chiamato il Rossese bianco e uno chiamato Ruzzese o Razzese, presente sporadicamente nelle Cinque Terre ma che aveva una zona residuale di coltivazione nella Lunigiana ligure”, ha spiegato. “Lo studio delle caratteristiche agronomiche ed enologiche, mise in evidenza che il vitigno più interessante in assoluto era il Ruzzese, che non solo aveva capacità di adattamento importanti a un territorio difficile come quello delle Cinque terre, aveva una produttività importante e, ancor di più, il vino che se ne era ottenuto era estremamente interessante”.
Nel 2009 arriva l’iscrizione nel Registro, subito dopo l’inserimento da parte della Regione tra i vitigni coltivabili. Il resto è storia recente che, oggi, vive un nuovo corso grazie a Davide Zoppi e suo marito Giuseppe Aieta, che da una decina d’anni portano avanti Cà du Ferrà, a Bonassola (La Spezia).
Non è il primo Ruzzese dell’azienda, che produce già una versione passito, il “Diciassettemaggio”. Affiancati dall’enologa Graziana Grassini, per i due vignaioli il Ruzzese è come un figlio e oggi, in tempi di cambiamenti climatici, la scelta di recuperarlo si rivela anche provvidenziale.
“È una pianta che non conoscevo, dalle caratteristiche straordinarie, sviluppa molta clorofilla al sole, germoglia presto e matura tardi, resiste ai parassiti, sono rimasto molto sorpreso e questo mi ha dato una grande forza, è nata tanta curiosità”, ha raccontato l’agronomo Gabriele Cesolini.
Con la sua acidità fissa e la maturazione tardiva, è un vitigno contemporaneo nella sua essenza e resilienza, resistente alla siccità e al cambiamento climatico. Un Piwi ante litteram.
“Siamo partiti da una sensazione. Il desiderio di raccontare il nostro territorio attraverso un linguaggio che unisse bianco e nero, passato e presente, il gesto antico della vigna e l’urgenza moderna di farsi sentire. Questo vino – raccontano Davide e Giuseppe – è la sintesi di un percorso fatto di studio, sperimentazione e ascolto. È il nostro modo per dire che il silenzio non fa per noi. Che ogni bottiglia può essere una voce. E che la bellezza sta anche nel rompere gli equilibri, per crearne di nuovi”.
Il nome è frutto di una riflessione profonda: una provocazione culturale, prima ancora che estetica. È un messaggio rivolto al mondo, ma anche un invito alla responsabilità individuale. Contro l’omertà, l’indifferenza, la paura di esporsi. Anche il vino, nella sua espressività, diventa vibrante e diretto: non rimane mai muto nel calice, ma dialoga, sorprende, stimola.
Con sole 635 bottiglie prodotte per l’annata 2023, Zero tolleranza per il silenzio Liguria di Levante Bianco Igp si colloca all’apice della gamma aziendale. Ma soprattutto, segna l’inizio di un nuovo percorso. Un vino che è punto di arrivo e di partenza, linguaggio e contenuto, gesto agricolo e pensiero culturale. Un vino che parla. E invita a fare altrettanto.
Sarà possibile degustare Zero tolleranza per il silenzio al Vinitaly dal 6 al 9 aprile a Verona presso lo stand Cà du Ferrà al Padiglione 8, Area C8/C9, Desk 3.
Del resto nel porto di Genova arrivano vini d’ogni tipo provenienti sia dalle sue colline come da altri luoghi, dalla Francia e quelli molto robusti dall’Italia, ed anche soavissime Malvasie di Creta e persino quelli fin troppo lodati di Spagna’à